HODO-HODO
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Davide Belotti
- 25 Aug, 2026
- 03 Mins read
HODO-HODO 程々のデザイン
Ho letto il saggio Just Enough Design, dove il designer Taku Satoh mette a confronto la forchetta occidentale con le hashi giapponesi. Secondo Satoh la forchetta è un oggetto iper-progettato, presenta un manico sagomato che dice fisicamente alle nostre mani "impugnami qui e usami solo così". Al contrario viene contrapposto l’esempio delle hashi, semplicemente due bastoncini rastremati che si offrono in modo indifferente dicendo: "usami come vuoi". Non impongono istruzioni, ma si affidano interamente all'intelligenza motoria, alla gestualità e all'adattabilità di chi le impugna.
Lo stesso accade con il furoshiki, un semplice pezzo di tessuto quadrato privo di cuciture, manici o cerniere. Questa apparente "scomodità" costringe l'utente a ingegnarsi, stimolando l'adattabilità e l'iniziativa personale per piegarlo e annodarlo intorno a qualsiasi forma.
Satoh definisce questo approccio come hodo-hodo no dezain: trattenersi deliberatamente prima del completamento assoluto di un oggetto per creare uno "spazio vuoto" cognitivo e pratico.
È in questo spazio vuoto creato volutamente in maniera etica e coscienziosa che nasce la relazione tra uomo e oggetto, un design che consegna una parte di creatività e di autonomia all’utente.
La società contemporanea invece è stata colpita da quello che Satoh definisce il "Convenience Virus" (il virus della convenienza). Spinti da diverse forze diverse da quelle che mantengono etica e centralità umana come bussola, i produttori progettano costantemente per evitare ogni movimento del corpo e della mente. Ma quando il corpo smette di muoversi, così come la mente, l’uomo si avvia verso il deperimento.
La cosa interessante è che l’hodo-hodo si sposa molto bene metaforicamente e non con la società di oggi, nell'era dell'Intelligenza Artificiale e del “c’è un app per tutto” , dove questo virus della convenienza è migrato dal corpo al cervello, trasformandosi in una pervasiva convenienza cognitiva. L’AI che nasconde una complessità “probabilistica” e ci fornisce in ogni caso un output pronto, eliminando lo sforzo della ricerca, della selezione e del dubbio genera due patologie documentate:
- Skill Atrophy (Atrofia delle competenze): La dipendenza costante da risposte preconfezionate indebolisce le nostre abilità intellettuali di base, proprio come l'uso del GPS atrofizza l'orientamento spaziale.
- AI Overreliance (Sovraffidamento): Gli utenti tendono ad accettare ciecamente i suggerimenti della macchina senza verificarli, rinunciando al pensiero critico e scambiando la plausibilità statistica per verità oggettiva.
Qui si inserisce anche la riflessione di Luciano Floridi nel volume Il nodo etico che** ci ricorda che le tecnologie stanno trasformando l'intero ambiente in cui viviamo onlife in un’infosfera dove l'essere umano non può essere ridotto a un mero utente passivo o consumatore di dati.
Si parla dell'Homo Poieticus: l'essere umano inteso come creatore, progettista e custode responsabile della realtà semantica in cui vive. Il nostro dovere fondamentale è la poiesis la costruzione attiva e consapevole di modelli e concetti (il conceptual design) per dare senso al mondo.
Se deleghiamo interamente il pensiero all'IA in nome della comodità, stiamo regredendo dalla poiesis costruttiva a una mimesis (imitazione). Invece di essere produttori di significato, diventiamo semplicemente parte del "gioco delle ombre" statistico e probabilistico della macchina, rinunciando alla responsabilità del nostro progetto congitivo.
E se per salvare il nostro cervello dall'atrofizzazione cognitiva, dovessimo applicare i principi dell'Hodo-hodo all'Intelligenza Artificiale? Se smettessimo di progettare un'IA che fa tutto al posto nostro e la immaginassimo hodo-hodo, “quanto basta”? Decidere volutamente di progettare in modo da stimolare anche le capacità cognitive dell’umano.
Così come si stanno mettendo in discussione legalmente le caratteristiche dei social network ormai riconosciuti ampiamente come dannosi, si potrebbe pensare sempre più ad una modifica della tecnologia, potrebbe essere la progettazione di un approccio agli strumenti, potrebbe essere l’inserimento, sotto forma di skill nel mondo tech, di filosofia ed etica per evitare di creare prodotti nocivi alla salute, a discapito certo del mero business.
Davide Belotti
UX Designer
Human Centered Design Sircle